Non è solo tristezza!
La depressione come sintomo nella sclerosi multipla
La depressione!
Chi di noi non ha mai pronunciato questa esclamazione anche per scherzare: “Sono depressa!”, oppure “Questa storia mi manda in depressione!”.
Spesso il termine viene usato con leggerezza nella quotidianità, per esprimere tristezza o scoraggiamento.
Eppure la depressione è una malattia vera e complessa, che può avere conseguenze profonde sulla vita di chi ne soffre.
Nel caso della sclerosi multipla (SM), la depressione non è solo una reazione comprensibile a una diagnosi difficile o alla gestione di una malattia cronica: è anche uno dei sintomi più frequenti e caratteristici.
Numerosi studi dimostrano che può derivare direttamente dai cambiamenti neurologici indotti dalla SM, oltre che dal peso psicologico che essa comporta.
Una fatica invisibile
Vi ho raccontato, nei miei precedenti post, che la SM è spesso descritta attraverso le sue manifestazioni visibili: la difficoltà nel camminare, la perdita di sensibilità, la fatica cronica.
Ma accanto ai sintomi fisici, c’è anche una dimensione meno evidente e non per questo meno reale: la presenza dei sintomi invisibili. Tra questi rientra anche la depressione.
Non si tratta solo di una reazione emotiva alla malattia, ma di un vero e proprio sintomo neurologico.
Negli ultimi anni, la ricerca ha chiarito quanto la depressione sia una componente frequente e complessa della SM.
Secondo diversi studi, fino al 50% delle persone con sclerosi multipla sperimenta almeno un episodio depressivo significativo nel corso della vita, una prevalenza molto superiore rispetto alla popolazione generale.
Questo dato, da solo, basterebbe a considerare la salute mentale parte integrante della gestione clinica della malattia.
Oltre la reazione psicologica
Per molto tempo si è pensato che la depressione nella SM fosse semplicemente una reazione “comprensibile” alla diagnosi.
Sicuramente l’impatto emotivo, la paura della progressione e la perdita di autonomia giocano un ruolo importante, anzi direi fondamentale.
Ma oggi sappiamo che la depressione non è solo una conseguenza psicologica: è anche un effetto diretto dei processi neurobiologici della malattia.
La demielinizzazione e l’infiammazione cronica che caratterizzano la SM possono alterare i circuiti cerebrali coinvolti nella regolazione dell’umore. Tutto questo è stato dimostrato da alcuni studi di neuroimaging, che hanno evidenziato cambiamenti in specifiche aree del cervello, come la corteccia prefrontale, l’amigdala e l’ippocampo, nelle persone con SM e sintomi depressivi (Colasanti et al., 2016; Meyer-Arndt et al., 2022).
In altre parole, la depressione può essere parte integrante del danno neurologico, non solo del vissuto soggettivo.
Quando la mente riflette il corpo
La fatica, l’apatia, la perdita di interesse e di energia, sintomi comuni della malattia, si sovrappongono spesso a quelli della depressione, rendendo difficile distinguere dove finisce l’una e comincia l’altra. Tutto questo complica la vita dei pazienti e anche quella dei medici, che rischiano di sottovalutare la componente depressiva o di attribuirla solo alla malattia fisica.
Eppure è importante capirla e riconoscerla.
La depressione nella SM non incide solo sul benessere emotivo, ma anche sulla funzione cognitiva, sull’aderenza alle terapie e sulla qualità della vita.
Ci sono giorni in cui alzarsi dal letto e iniziare la giornata diventa complicato e la voglia non c’è.
Ci sono giorni in cui si fa fatica davvero, soprattutto se, come me, il lavoro è in completa solitudine, davanti a una tastiera nel proprio studio a casa.
La depressione, specie quando si accompagna a una malattia cronica, tende a isolare.
Lo stigma legato ai disturbi mentali, anche quello associato alla SM, può scoraggiare le persone dal chiedere aiuto. In molti Paesi, le associazioni di pazienti stanno cercando di integrare il sostegno psicologico nei programmi di cura della SM, ma resta ancora molto da fare.
La mia esperienza personale
In particolare, mi riferisco alla mia esperienza.
Ho fatto un ciclo di fisioterapia a cui, se volevo, era affiancato il supporto psicologico.
Le persone a me più vicine mi hanno spinto ad accettarlo — ero molto scettica, convinta di potercela fare da sola.
Ho iniziato questo percorso e già dalla prima seduta mi sentivo diversa, ma ho scoperto che il supporto finisce quando terminano i 90 giorni di fisioterapia (totale: 5 sedute). Questa cosa mi ha devastata, perché inizi un percorso con una persona con cui si crea empatia e parli di cose molto personali e profonde…
E poi, come si dice, “ci siamo appena presentate e già devo andare via”.
Questo comporta dover ricominciare da capo, trovare un nuovo specialista e ripartire.
Dico la verità: è molto complicato.
Credo che molte persone con SM possano riconoscersi in questa difficoltà: non è solo la fatica fisica, ma anche la solitudine del percorso terapeutico a pesare davvero.
Curare anche la mente
Il trattamento della depressione nella SM richiede un approccio integrato.
Le terapie farmacologiche, come gli antidepressivi, possono essere efficaci, ma devono essere attentamente bilanciate con i farmaci per la SM.
Fondamentale è anche l’intervento psicologico: la terapia cognitivo-comportamentale si è dimostrata utile nel ridurre i sintomi depressivi e nel migliorare le strategie di coping, cioè quei comportamenti che le persone mettono in atto per affrontare o minimizzare eventi stressanti.
La depressione nella sclerosi multipla è una delle sue “fatiche invisibili”: non lascia cicatrici visibili, ma segna profondamente la vita di chi la vive.
Riconoscerla significa dare nome e cura a un sintomo che ha basi biologiche e che merita la stessa attenzione di ogni altro aspetto della malattia.
Perché la Sclerosi Multipla non ha una cura, ancora no, ma cercare di curare e supportare anche la mente che la affronta è una buona base per migliorare la qualità della propria vita.
Ps: richiamo volentieri un video di qualche tempo fa sul canale STEM di Liberi Oltre le Illusioni che parla della Depressione. Vi suggerisco di guardarlo perchè molto interessante e chiaro (link) grazie a A Brain Pod e il prof. Favaretto.


É un argomento talmente delicato che non mi sarei mai permesso di commentare qualcosa perché, prima di tutto per un senso di rispetto e poi per la mia ignoranza della questione. Quando ho letto che prendeva la questione psicologa, mi è venuto in mente un mio amico che a 25 anni è stato colpito da questo male. Era un commesso in un negozio bellissimo, lui molto brillante e simpatico. Quando si è visto mancare il terreno sotto i piedi, è andato in depressione e la cosa brutta ( ma comprensibile) è diventato violento, soprattutto verso la moglie che lo accudiva, inoltre incominciò a bere in modo smodato. Dopo anni di problemi fisici e psicologici é venuto a mancare. Forse perché non ha mai avuto un aiuto psicologico adeguato. Se sbaglio chiedo scusa per l’argomento delicato e di cui non ho conoscenza adeguata.